di Giuseppe Mazzella di Rurillo
Prologo
Scrivo questa nota con molta amarezza. Essendo nato nel 1949 tutto il mio percorso di studi – elementare, medie inferiore e superiore, università – si é svolto nella Repubblica.
Fin dalla scuola media, nel 1960, a cui si accedeva con un esame di ammissione a soli 11 anni perché già scuola “superiore” essendo l’obbligo scolastico fino alla quinta elementare, sono cresciuto nelle libertà democratiche fissate nella Costituzione del 1948.
Ricordo che nel 1961 in prima media cadeva il centenario dell’Unità d’Italia. Il governo del tempo fece stampare un libretto per la ricorrenza consegnato ad ogni studente d’Italia e così fu spiegato il Risorgimento, prescindendo dalla classe di studio, e con esso il secondo Risorgimento avviato con la Resistenza dopo la dittatura fascista ed il massacro della seconda guerra mondiale dal quale nacque con referendum la Repubblica e con essa la legge fondamentale dello Stato.
Ricordo le lezioni fondamentali della prof. Angola Maggi Malagoli sul Risorgimento, il liberalismo, la laicità dello Stato e la Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Quel libretto – di cui non ho più copia – fu decisivo per la mia formazione culturale avviata ad una età in cui si è appena ragazzino.
Negli anni successivi di studi “tecnici” alla Ragioneria il prof. Antonio Delle Cave ci insegnava (a ragazzi di 16-18 anni) le nozioni fondamentali di Diritto Costituzionale oltre a quelle di Diritto Privato e Penale e così capimmo l’impostazione “programmatica” della Costituzione e cioè la graduale attuazione. Ne ricavai allora la considerazione logica che i differenti partiti politici si diversificavano per le priorità di attuazione dei diritti e dei doveri fissati dalla Costituzione ed è questo che divideva o avrebbe dovuto dividere la destra, il centro e la sinistra. Nessuno tuttavia dei tre schieramenti doveva mettere in discussione la Costituzione “rigida o anelastica” che comunque nelle disposizioni finali vietava “sotto qualsiasi forma” la riorganizzazione del partito fascista.
Anche nel 1969 all’Università e pur con le proteste del Movimento Studentesco avevamo le lezioni di diritto pubblico del prof. Giuseppe Cuomo e di economia politica del prof. Giuseppe Palomba con la sua “espansione capitalistica” che ci insegnavano che il sistema economico pur nel libero mercato trovava i limiti nella Costituzione.
Così la netta affermazione con violenta voce della Presidente del Consiglio in carica – l’Europa di Ventotene non è la mia Europa – mi ha suscitato amarezza ed ira poiché lontanissima dai valori costituzionali.
Il prof. Guido Melis – docente emerito della “Sapienza” – ha diffuso un appropriato commento dicendosi “stupefatto” poiché “la Meloni non ha visibilmente letto il Manifesto ed avrà incaricato uno del suo staff di trovare una frase ad effetto da chiudere il suo discorso alla Camera”
Il viaggio a Ventotene
Con Gianni Vuoso – il mio vecchio amico di scuola e di vita – nell’agosto del 2010 facemmo un viaggio a Ventotene e ne ricavammo un reportage di 16 pagine apparso sul n. 5 de la Rassegna d’Ischia dell’anno 31 ed anche un video di 30 minuti montato da Pino Della Ragione che chiamano “l’isola di Altiero”. Quell’amico servizio e quel video sono certamente alcune delle migliori cose che abbiamo fatto, Gianni e io, nel nostro impegno giornalistico e politico.
Rimanemmo commossi percorrendo le stradine di Ventotene dove erano passati i confinati del regime fascista dal 1939 al 1943.
Oltre mille persone di ogni ceto sociale rinchiusi in una isoletta di meno di 2km2 distante circa 30 miglia dal continente, brulla dal vento battente e abitata da circa 400 contadini e pescatori. Parlammo con gli anziani dell’isola seduti sulle panchine di piazza Castello. E con il sindaco del tempo che ci regalò il bellissimo libro di Filomena Gargiulo sui confinati. Parlammo anche con lei – maestra elementare il cui marito gestisce in piazza Castello l’unico piccolo supermercato dell’isola. Parlammo con Fabio Masi che gestisce l’unica libreria che si chiama l’Ultima Spiaggia e che è l’editore del libro di Filomena che io e Gianni leggemmo con attenzione estrema prima di scrivere il lungo articolo a 4 mani.
Parlammo con Benito che era stato il ragazzino dei confinati. Ma dove rimanemmo colpiti fu davanti alla lapide dedicata ad Altiero Spinelli con le sue frasi del 18 agosto 1943 estratte dalla sua autobiografia. E’ la confessione dello stato in cui si trovava Spinelli dopo 4 anni di confino lasciando l’isola solo senza un partito politico ma con “un manifesto con alcune tesi e tre o quattro amici”.
Il ritorno e lo studio
Prima di scrivere, Gianni ed io, raccogliemmo il materiale e ne trovammo altro pur essendo il libro di Filomena una miniera immensa perfino con tutti i nomi dei confinati. Studiammo Il Manifesto punto per punto.
Avendo Ernesto Rossi, per affermazione di Spinelli, scritto la prima parte del terzo capitolo, il termine “socialista” per il sistema economico che gli autori progettavano per l’ Europa “federale” era stato scelto da Ernesto. Cioè dal “liberale di sinistra” che nel dopoguerra diventerà il più grande polemista politico ed economico sulle pagine de il Mondo di Mario Pannunzio ma che non fu mai iscritto al Psi o al Psdi. Il termine fu scelto perché gli Stati Uniti d’Europa dovevano avere nella visione degli autori un sistema di sviluppo economico mai visto nella Storia che non era né capitalistica né comunista.
Non costituivano un modello né l’Unione Sovietica col comunismo né gli USA col liberismo ed individualismo estremo.
Se Rossi non diventerà mai socialista nel dopoguerra altrettanto farà Spinelli che, lasciato il PCI nel 1937, non vi fece mai ritorno ma solo come “federalista ed indipendente” divenne negli anni ’80 eurodeputato nelle liste del PCI fino alla morte nel 1986 a 79 anni.
Personalmente comprai Noi senza patria, il libro incompiuto di Ursula Hirschmann la moglie di Eugenio Colorni prima e di Altiero Spinelli dopo. Comprai un’edizione del Manifesto negli Oscar Mondadori con il meraviglioso saggio esplicativo, rigoroso, illuminante del prof. Lucio Levi che lessi due volte per poter capire il lungo percorso politico di Spinelli ed il suo netto rifiuto del comunismo e questa sua “terza via” per il socialismo e l’Europa.
Il prof. Levi mi portò nella “mensa dei federalisti” (a Ventotene i confinati mangiavano separati ed ogni fazione politica aveva i suoi militanti). La mensa di Spinelli era la più piccola. Questi i nomi: Dino Roberto, Enrico Giussani, Giorgio Braccialarghe, Arturo Buleghin e Milos Lokar, Ernesto Rossi. Sei persone. Il Manifesto nacque da discussioni intorno ad una povera mensa nel 1941 in estate. Se la Meloni lo avesse letto avrebbe taciuto o detto altro.
Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni
Esprimo gratitudine a quei visionari dalle idee chiare e dalla forte fede nella libertà. Erano “rivoluzionari tranquilli” come definì Jacques Delors il processo dell’Unione europea che anche se non completata e carente ha raggiunto una Valenza superiore ad ogni aspettativa di quella mensa di sei persone.
Forse oggi nel contesto mondiale che stiamo vivendo abbiamo bisogno di visionari. Sembrava impossibile allora, eppure è stato fatto. Dobbiamo ricordarci oggi di un altro visionario: Jean Monnet (1888-1979) il fondatore della prima azione europea, quella della Comunità del Carbone e dell’ Acciaio nel 1950 (CECA).
Jean Monnet
Monnet dice che “gli uomini non accettano il cambiamento che nella necessità ed essi ne vedono la necessità solo nella crisi“.
