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Si può anche raccontare come una “vecchia favola”…
Ci fu una volta (a Monaco di Baviera) un Convegno tra i ‘Grandi’ di allora. Di cosa si doveva discutere? Della sorte dei Sudeti. Questa regione, che faceva parte di una neonata nazione, chiamata Cecoslovacchia che a sua volta era sorta dalle ceneri dell’impero austro-ungarico, era rivendicata da un famelico dittatore (che già si era “pappato” l’Austria) perché in essa abitavano alcuni gruppi di suoi compatrioti. Fioccavano parole grosse e minacciose: “O mi date i Sudeti oppure vi faccio guerra!”. Tutte le grandi potenze del tempo corsero al Convegno, affannate e timorose: le parole erano grosse come grossi erano i suoi obici. Si decise, senza indugio e senza interpellare gli abitanti ed il governo legittimo, di concedergli quel territorio. Si pensava così di salvaguardare la pace, saziando ancora una volta il suo appetito.
Quella pace faceva un po’ comodo a tutti. Faceva comodo a due dittatori, divenuti amici nel tempo, anche se per opposti motivi. Il primo perché sapeva che il suo esercito era impreparato ad una guerra (e tale rimase); il secondo, invece, avendo un esercito agguerrito, anelava ampliare il proprio “spazio vitale” (quale fossero, però, i confini di questo “spazio” non è dato sapere).
I due dapprima si erano guardati in cagnesco, poi piano piano si erano avvicinati l’un con l’altro. Erano così amici che non volevano stare con nessun altro né si erano mai preoccupati di andar a far visita ad altri popoli. Erano così sicuri di sé da vituperare chiunque osasse parlare di tutto ciò che di buono avevano constatato negli altri popoli. Anzi se qualcuno insisteva, immediatamente lo mettevano a tacere con le buone o con le cattive. Insomma erano così gelosi del loro popolo da promettere ed attuare… “l’autarchia”. Faceva comodo, inoltre, alle potenze occidentali sia perché sapevano di essere militarmente impreparate sia perché sapevano che la loro popolazione era un po’ restìa ad affrontare i sacrifici che, di solito, la guerra impone. Nel contempo un dittatore rientrava nella capitale del suo stato, osannato quale fautore della pace mentre un sorridente primo ministro sventolava un “pezzo di carta” scendendo dalla scaletta dell’aereo che lo aveva riportato a Londra. Una sola voce non faceva parte del coro: un vecchio brontolone che non faceva altro che fumare sigaroni uno dopo l’altro. Ma nessuno gli dette peso perché lo si sapeva mugugnone, scorbutico, pessimista, che vedeva solo ombre dappertutto.
Intanto altri stati, impauriti o sollecitati, si erano avvicinati ai dittatori. Perché c’è sempre chi pensa di salire sul carro del vincitore, salvo poi discendere di corsa quando il cavallo diventa ronzino e dire in giro che quello sul carro non era lui ma una controfigura (oggi si direbbe creata dall’I.A.) oppure asserire, spudoratamente, che erano stati gli altri ad avere un abbaglio. Così non passò neppure un anno che il più potente dei dittatori, quello insaziabile, cominciò di nuovo a guardarsi intorno come le brutte ma potenti aquile-arpie. Questa volta prese di mira un… “corridoio” che apparteneva ad una “ casa” confinante. Il corridoio, si sa, è molto importante perché dà l’accesso a tutte le stanze della casa. È chiamato anche ‘disimpegno’ ma è…impegnativo. Senza di esso tutte le stanze sono intercomunicanti, come quelle della reggia di Caserta, per cui ne va della privacy e tutto sembra aperto.
Questa volta il “tizio”, avendo capito che le potenze del patto di un anno prima non gli avrebbero creduto (anche perché in un batter d’ali aveva occupato per intero la neonata nazione), si rivolse (strano ma vero) all’antico ed acerrimo nemico. Costui non se lo fece ripetere due volte e, accantonando i vecchi rancori, celermente strinse la mano all’insaziabile.
– “Guarda un po’ dove va a finire l’inimicizia quando si tratta di spartirsi una torta!” – commentò amaramente Veruccio. Così in men che non si dica, fecero saltare le serrature e la casa fu messa a soqquadro come quando un impetuoso vento spalanca le imposte non chiuse bene e fa volare ogni cosa in ogni stanza.
Dissero gli occupanti: “Quella è abitata da gente infida. Non è sicura; pertanto qualora crollasse alzerebbe un così grande polverone da nuocere a tutti quelli che abitano nelle sue vicinanze”. Così dissero perché ogni pretesto è buono quando si vuole accaparrare qualcosa. Così pare abbia esclamato anche Matusalemme che nell’arco della sua “breve” vita (visse “appena” 963 anni) aveva sentito dire sempre le stesse cose.
All’amico dittatore che, a causa della sua impreparazione, gli chiedeva di aspettare un pochino (almeno due o tre anni), rispose “picche” anzi non rispose per nulla e procedette nei suoi piani. Per cui al poverino non restò altro che inventarsi (dico inventarsi perché era bravo nei giochi di parole) una nuova formula internazionale: la non belligeranza. Secondo alcuni il primo dittatore non si fidava delle sue promesse, secondo altri già pensava di fare, al più presto, un sol boccone dell’amico come aveva fatto il lupo con l’agnello.
Solo allora quelli che si erano illusi circa il patto di Monaco, sgranarono gli occhi come i vecchi pupazzi meccanici che quando gli davi un colpo aprivano gli occhi e cominciavano a camminare barcollando. Ma era troppo tardi. Un detto antico diceva: “Chi mena (picchia) prima mena due volte”.
Pertanto uno dovette subire l’occupazione come quando la melma avanza ed infanga tutto e non lascia dietro di sé che morte e fetore! L’ altro si salvò a stento!
Ci volle un bel po’ di tempo, di sofferenze e fatica, di denaro e soprattutto di vite umane per spazzare via il… sudiciume. Come quando due enormi presse avanzando (da est e da ovest) piano piano schiacciano ciò che resta nel mezzo, lo disintegrano ed i pezzi, nella compressione, rimbalzano da tutte le parti, così la casa dell’insaziabile fu schiacciata e divisa.
È storia inventata o è vera? Qualcuno ha detto che sono “storielle” raccontate dai vecchi. I quali amano parlare e parlare e spesso divagano nei loro ricordi. Pertanto molti giovani, quando ascoltano (se ascoltano) queste “vecchie” storie, molte volte fanno le spallucce, non ci danno peso; pensano e dicono: “Sono soltanto fantasie di vecchi bacucchi! E se anche fosse stato così, oggi non lo è più perché i tempi sono cambiati!”.
Si dice sempre così! Ma, poi, a ben guardare i motivi sono gli stessi di sempre, le macerie le stesse, i patimenti gli stessi, il fetore dei cadaveri o di ciò che resta di un corpo è lo stesso.
Io intanto, questa storia, l’ho sentita raccontare e l’ho letta da qualche parte in testi polverosi con l’inchiostro quasi del tutto sbiadito, per cui ho pensato bene di riscriverla.
A proposito delle enormi presse, Veruccio non si trattiene, e dice: “Ancora oggi queste possono esistere. Vengono, come sempre da oriente e da occidente. Hanno sempre lo stesso scopo: avanzando, stritolano frantumano e possono far volare di qua e di là (in mille pezzi) ciò che fino ad ieri sembrava compatto!”.
Sarà vero?
Vi lascia con questo dubbio, Pasquale
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