Ambiente e Natura

Le vacanze intelligenti (2). Alla punta estrema del Salento

proposto dalla Redazione

“Ogni anno, d’estate, Repubblica inventa un modo per mettere in evidenza la vacanza e/o il viaggio; negli anni ricordiamo i reportage di Rumiz (poi diventati libri di culto) e altri articoli sempre interessanti di “inviati speciali” di eccellenza.
Quest’anno la serie di Repubblica è intitolata “Viaggio sentimentale’ a giudicare dai primi articoli usciti a impronta più personale e intimista. Di cronisti sempre diversi.
Interessati come siamo al tema e alla buona scrittura, li pubblichiamo (in differita) man mano che escono”.

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Viaggio sentimentale/ 2
A caccia di vertigini sugli scogli del Capo come contrabbandieri verso finis terrae
di Brunella Giovara – Da la Repubblica del 6 luglio 2024

– Zaino, sudore e il rischio di rompersi una caviglia tra mirti e lucertole nella punta estrema del Salento. Continua il viaggio con le firme di Repubblica nei luoghi delle vacanze che non ti aspetti.
– È tutto molto romantico, nel senso originario. E ci si sente così soli, come uno Jacopo Ortis senza cavallo che scruta l’incontro tra Ionio e Adriatico.


– Poi si torna alla vita civile e alla impepata di cozze, ma con certi tramonti psichedelici si può anche pensare: vabbè voglio morire qui, alla fine del mondo

Santa Maria di Leuca. In un tramonto così psichedelico, rosa e arancio come una camicia di Mick Jagger (Altamont, 1969), in questo tramonto si può anche pensare che vabbè, io voglio morire proprio qui, in tutta questa bellezza rovente, con le spalle bruciate e i capelli annodati dal vento, proprio qui, alla fine del mondo. In verità, poi si fa fagotto e si torna alla vita civile e alla impepata di cozze, ma prima, e deve essere proprio nella prima luce, è il momento perfetto per scendere al mare del Capo, che il più delle volte ruggisce, esattamente come l’estate del Salento, nel delirio degli aperitivi e del dress code (bianco, e cappello di paglia), di inseguimenti e sorpassi notturni sulla litoranea, di cene che non finiscono mai perché c’è sempre troppa gente, di code, al caffè, al super, e in negozietti più cari di Peck.

Logica la fuga, anche a costo di rompersi la caviglia, scendendo alle saline di Novaglie e affacciandosi su queste acque arrabbiate. È un mare difficile, dove si scioglie l’interrogativo italiano di sempre («Sabbia o scoglio?»), perché c’è solo roccia carsica, arbusti di profumo pungente, lucertole, e le formiche sono feroci. Perché dunque affrontare la rischiosa avventura, quando si può stare ben comodi in un lido con lettino docce e baretto? Perché si cerca l’onfalo del cuore, la natura potente e la vertigine, e questo sia all’andata che al ritorno, che è ancora più faticoso dato che il cervello è allucinato dal sole, e bisogna riportare su lo zaino della sopravvivenza, il panino e la bottiglia di minerale ma meglio due, un telo, la crema con protezione da barca, un libro magari, ma la vampa impedisce la lettura.

Ed è poi tutto così romantico, nel senso originario del termine, sentirsi così soli e Sturm und Drang, come uno Jacopo Ortis ma sulla scogliera e senza cavallo, scrutando l’orizzonte con le montagne dell’Albania.
Lì davanti si fondono lo Ionio e l’Adriatico (è bello pensarlo, ma succede a Punta Meliso, nauticamente parlando), e si può masticare un rametto di critmo, intanto. Ma non si è mai proprio soli soli, altri audaci stanno nascosti tra le rocce, uno ha acceso una radiolina, però si sentono solo i programmi greci. E arrivati in fondo, si scopre che si è offline, la montagna a picco annienta il segnale, forse ce l’hanno solo i proprietari di alcune “pagghiare” ben restaurate, che si fatica a indovinare, mimetizzate pietra su pietra. «Questi sono i sentieri dei contrabbandieri del sale», dice Maristella Martella, un suo parente era di quelli «che fuggivano scalzi, dai gendarmi» e dal monopolio, con un fazzoletto di sale grattato dalle marmitte scavate nella roccia. Inizio Novecento, e oggi anche, meglio scalzi che con i sandaletti, e meglio le vibram, su e giù per queste rive, calanchi e tornanti. Funnuvojere, si chiama il posto, «una delle marine di Corsano, che per il resto è un paese dalla storia troncata», e intende l’emigrazione deiSessanta, «tutti a Ginosa, schiavi nei tabacchifici». Qui non c’era lavoro, poi è arrivato il turismo, poi l’overtourism e «la svendita totale del territorio».

C’è una cultura resistente, e lei è appena tornata dal Festival di Fez, dove ha danzato davanti al re del Marocco. La sua compagnia Tarantarte ha sede nell’ex macello di Gagliano, «teatro danza ispirato al tarantismo», che non è la pizzica che tanto piace ai turisti, «ormai uno stereotipo della nostra terra».
Cosa cercano, i turisti? «Il selvaggio », però morbido, lieve, perché quello vero è troppo hard e poi bisogna saperlo trovare, e talvolta è fasullo, altrimenti verrebbero tutti a Scala Preula, a Scala Masciu, a provare la discesa tra i mirti e i capperi, o a Marina di Guardiola, dove si intravvede un uomo che ha parcheggiato lo scooter e teso un’amaca, e lì si riposa un po’, selvaggiamente. Moto o bici, sennò barca, chi ce l’ha.

E sul perché si dice che questa è la finis terrae, lo sanno gli antichi, che avevano certo un punto di vista limitato, ma questo è di sicuro il punto più a est d’Italia, e con la burrasca è anche meglio. Era un mito, adesso è la selezione naturale, chi ce la fa, chi no. Chi riesce a tuffarsi dal Ciolo? Pochi, il ponte sul fiordo è alto 40 metri, e ormai è vietato buttarsi. Lo ha fatto in gioventù Paolo Mele, che guida Kora, un “centro per il contemporaneo” che fa mostre, residenze artistiche, e produce cultura in un palazzo antico di Castrignano de’ Greci, e sa che «finis terrae è come una condanna, un punto estremo, lontano da tutto. Devi proprio volerci arrivare, nelle terre estreme che siamo. Ma questo è il centro del Mediterraneo», e oltre al vento di scirocco ci soffia ancora lo spirito di Carmelo Bene, e c’è stato un tempo in cui «al castello di Aradeo c’era l’Odin Teatret», ricorda Silvia Civilla, che c’era, e oggi dirige il teatro di Nardò. Avanguardie, controcultura, con quella wildness di cui restano tracce nella natura o nell’arte. «Deve assolutamente andare dagli “inglesi”, a Spigolizzi », consiglia.

Ma la “Casa rossa”, non si trova, e poi sì, ma non è rossa da tempo, e sull’ultima collina che si affaccia sul mare vivono Nicolas Gray e Maggie Armstrong, discendenti da un’altra coppia di visionari che erano Norman Mommens e Patience Gray, lei scrittrice, lui artista di pietre e di marmo. Di inglesi qui ce ne sono tanti, questi sono speciali, sempre che aprano agli sconosciuti il portone della masseria. Dentro c’è fresco, come in tutte le case che appaiono sbarrate e mostrano poi inaspettati giardini, di fichi e limoni riparati dal vento. «Rischiamo la desertificazione, con tutte queste piscine che costruiscono nelle ville, e a un chilometro dal mare!», è il lusso che avanza e tutto distrugge, «anche i nomi dei posti», e intende le Maldive del Salento, che un tempo era la marina di Pescoluse. «C’è l’ossessione dei vip, e la privatizzazione delle spiagge», perciò sono diventati attivisti di Legambiente, e difendono i nidi delle tartarughe, e raccolgono la spazzatura abbandonata, testardi che sono, a proteggere il poco selvatico rimasto. Intanto, sulla scogliera gira un falco che tutto osserva, con il suo occhio magico.

I personaggi 1. La danzatrice Maristella Martella. 2. Nicolas Gray e Maggie Armstrong
3. Un’altra veduta del mare al Capo

L’articolo in formato .pdf: La Repubblica. 06.07.2024. Viaggio sentimentale.2. Brunella Giovara

Immagine di copertina. Verso est La scogliera di Salina di Novaglie sull’estremità del Capo, a Santa Maria di Leuca (Foto di Ulderico Tramacere)

[Di Brunella Giovara Da la Repubblica del 6 luglio 2024 – 2 – Continua]
Per l’articolo precedente della serie: leggi qui (di Gabriele Romagnoli)

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